Tempi Moderni. 5 febbraio 1936.

In una America che si scrollava da addosso il torbido della recessione, i cinema di tutto il paese si riempirono d’improvviso del sorriso amaro di una pellicola rivoluzionaria, Tempi Moderni, il primo film sonoro del genio Charlie Chaplin.

Charlie. Semplicemente un rivoluzionario. Un genio creativo, capace di cambiare i canoni del cinema comico, quelli industriali delle grandi case di produzione attraverso la United Artists nata esattamente 17 anni prima e, con l’uscita di Tempi Moderni da lui scritto, diretto ed interpretato, a diventare paladino di coraggio nell’impegno sociale, denunciando con apparente leggerezza  il piombo cupo di un lavoro in cui l’uomo è ormai solo strumento di produzione.

1936. Gli Stati Uniti erano appena usciti da una crisi economica devastante, che aveva ricacciato negli occhi di Charlie Chaplin l’infanzia misera che aveva vissuto a Londra. Così mentre l’America andava ridisegnando la sua catena industriale adeguandosi al cambiamento in atto, mettendo al centro la fabbrica, e l’operaio da catena di montaggio, Charlie proiettò nei cinema i colori di quella ridefinizione sociale.

Miseria, illusione. Alienazione e amore. Poesia, solidarietà, disincanto. Impegno, fatalismo, dolcezza e rabbia. Ogni scena è un nome contrapposto, un tema contraddittorio. Di sfondo, c’è quel sorriso amaro e dolce del Vagabondo, la solitudine della Monella, la freddezza del mondo attorno e la melodia di una colonna sonora scritta dallo stesso Chaplin. Uno “Smile” struggente e vero, dolce ed inesorabile quanto un graffio in una tela di seta.

Certo, Chaplin sosteneva il New Deal di Roosevelt, aveva simpatie laburiste che poi pagherà con l’esilio, c’è la scena dello sciopero, e così Tempi Moderni è anche un manifesto politico, ma non solo.

Tempi Moderni è soprattutto arte dello smarrimento. L’operaio Charlot perde l’umanità, la libertà, ma non disimpara ad amare. L’oggetto della sua umanità è la monella che incontra per caso in strada, e diventa la sponda dei suoi sentimenti. Alla fine della storia Charlie, quello del film ma anche quello vero, dovrà scegliere fra un lavoro, o un sentimento.

Sceglierà il sorriso, lo smile che conclude il film, un attimo dove un vagabondo e una monella camminano verso l’orizzonte, a dipingere uno sguardo libero, ben diverso dai muri e dai bulloni della fabbrica dove il film era iniziato. Non smettere di sperare. Sorridi. Una illusione forse, ma vera, per l’America in cui la povertà era tanta e di fronte ai “grandi dittatori” europei.

Ma, in fondo, anche un modo per dire che la depressione, ogni depressione, in fondo, può sempre finire.

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