Via della Seta. Un mese fa esatto, campeggiava ovunque la foto del Leader Cinese Xi Jinping che con il Presidente del Consiglio Conte firmavano il Memorandum of Understanding e le tanto dibattute intese tra Italia e Cina.

Il cuore dell’accordo è la Nuova Via della Seta, o Belt & Road

E’ chiaro che non si tratta di una strada vera e propria. Una via “fisica” cioè su cui persone e merci possano circolare. Comunque, per stare alla metafora del collegamento fisico fra culture, è comunque giusto chiarirsi su dove essa inizia e dove finisce. Se è a senso unico o più corsie. Quali siano i limiti di velocità in essa, se è rettilinea o piena di curve,  in salita o discesa, trafficata o meno. Se sarà a pagamento, se ci saranno svincoli per entrarvi ed uscirne e…

In pratica, se la Via della Seta, così come esce dal Memorandum, consentirà da subito un reale interscambio di beni e servizi tra Italia e Cina. Sarà cioè da subito una via per la quale viaggeranno flussi di beni e servizi in condizione di reciproca importazione ed esportazione. Oppure sarà esclusivamente utilizzata da un paese (la Cina) che si caratterizza da sempre per uno scarsissimo tasso d’importazione e sarà essa a stabilire le regole?

Inutile dire che dicendo oggi Cina, al di là delle idee romantiche che potremmo avere, stiamo parlando di un paese privo al suo interno di un rinnovamento sociale in grado di generare domanda. Caratterizzato da una chiusura culturale, umana, politica pressoché totale e da un elevatissimo volume di esportazioni, alimentate da una politica di prezzi e qualità al ribasso, che si basano sull’imposizione di un bassissimo tenore di vita.

Vantaggi della Via della Seta? Per ora nulla. Poi chi vivrà, vedrà. 

Certo non si può escludere che lo scenario sociale cinese si modifichi nel tempo. E’ realistico però sui tempi essere scettici e non farsi incantare da luoghi comuni ed analisi che guardano ad un mondo perfetto prescindendo dalla realtà come oggi si presenta. E’ certo dunque che non basteranno semplici accordi per giustificare il superamento del “Casello di Entrata” nella Via della Seta  e rendere le seppur meritevoli speranze di interazione e sinergie alla pari concrete.

La Cina oggi è lontana

L’apertura della Cina all’importazione dal mercato occidentale implicherebbe prima di tutto una rivoluzione sociale interna, che allo stato attuale non è neppure pensabile, stante il regime collettivista e repressivo in essere in quel paese.

Come dichiarato da Emanuele Vitali, Managing Director di Triboo East Media: “La Cina è un paese lontano anni luce da noi, soprattutto a livello culturale e, di conseguenza, anche nelle logiche di mercato. Per le nostre aziende, perciò, sarà fondamentale investire tempo e risorse dedicate, che porteranno a grandi benefici nel medio-lungo periodo.”.

Tanta diversità presuppone la conoscenza della cultura locale e dei modelli di pensiero. Così come le abitudini di consumo e il mondo digital, attraverso cui si declina l’intera esperienza di acquisto del consumatore cinese.

Le aziende italiane pertanto, per cogliere concretamente le opportunità del progetto Belt & Road, dovranno imparare a destreggiarsi e a promuovere la propria immagine sul mercato cinese. Aspetto che già da solo rappresenta un problema che va oltre le possibilità economiche delle PMI, alle quali si aggiungono vincoli politici di ogni specie, che possono ostacolare anche le più grandi imprese.

Quanto sopra, a patto che la Cina acconsenta a questa interrelazione culturale riconoscendo alla cultura occidentale una condizione di reciproco rispetto, almeno in nome di una prosperità mondiale, alla quale, però, le potentissime oligarchie Cinesi certamente non pensano.

La Via della Seta oggi ? Un’idea romantica, solo una linea a matita su una cartina geografica

Sotto questo profilo la Via Della Seta manca insomma come strada da realizzare, del progetto esecutivo, delle autorizzazioni amministrative, dei diritti di superficie, delle servitù, del capitolato di appalto, della gara e dell’aggiudicazione all’impresa che realizzerà l’opera.

La strada di comunicazione è poco più di un’idea, quindi.

La tanto discussa, declamata, urlata Via della Seta è come una una direzione disegnata con una semplice traccia di matita su una cartina geografica. C’è ben poco oltre quello schizzo.

Il futuro prossimo dirà se si passerà dall’idea romantica, ai fatti.

Attilio Sartori

Studio Associato Msc

Link per approfondire La Via della Seta

 

 

studio msc

Facciamo chiarezza sulla questione delle APERTURE DOMENICALI DEI NEGOZI.

– Il supermercato e la bottega sotto casa hanno qualcosa in comune?

– Il negozio di abbigliamento e le lussuose boutique fashion seguono le stesse regole?

– Alcune domande per comprendere meglio la realtà della vendita nella GDO e al
dettaglio.

Domande per non fare “di tutta un’erba un fascio”.

Qualche tempo fa si è parlato e riparlato delle aperture domenicali dei negozi.
Sembrava che il futuro dell’Italia dipendesse da questo, salvo accorgersi poi, come al solito, che i problemi stanno altrove e hanno una gravità tale da legittimare la domanda se la questione della chiusura domenicale dei negozi vedrà in futuro un’Italia in cui saranno ancora presenti catene commerciali italiane e, soprattutto, estere, in modo da
poter continuare a porsi un tale quesito.

Si è parlato molto, forse troppo.
Non solo, i media hanno dato visibilità a improvvisati esperti, assolutamente inconsapevoli della realtà della quale erano chiamati a parlare, o amministratori di grandi reti commerciali, portatrici di problematiche ed interessi che nulla hanno a che vedere con quelli dei piccoli negozianti di quartiere.

Si è fatto “di tutta un’erba un fascio” e si è fornita una rappresentazione della realtà alterata e condita di una buona dose di luoghi comuni.

Non tutti i negozi sono uguali.

La questione delle aperture festive va affrontata partendo dalla premessa che essa non si presenta allo stesso modo per tutti i soggetti potenzialmente interessati, commercianti e consumatori.

Sotto questo profilo va distinta:

• la GDO, ovvero la Grande Distribuzione Organizzata, che opera nei supermercati ovvero nei Centri Commerciali nei quali sono “àncora”, ovvero punto di riferimento e attrazione per tutti coloro che negli stessi sono presenti in veste di commercianti, con i propri negozi, o consumatori.
Essa ha nel settore alimentare il punto di riferimento primario ma certamente si allarga a tipologie di prodotti di tutti i tipi.
Basta entrare in un supermercato anche di modeste dimensioni per constatare la varietà di offerta che GDO assicura;

• la distribuzione al dettaglio, prevalentemente nel settore dell’abbigliamento e degli accessori di moda, gestita direttamente dai grandi marchi nazionali e stranieri;

• la distribuzione, sempre in via prevalente nel settore dell’abbigliamento e degli accessori di moda, gestita attraverso reti in Franchising;

• la distribuzione “di vicinato”, ovvero la piccola distribuzione indipendente non riconducibile, né alla GDO, né ai grandi Brand e neppure alle reti in franchising;

• la distribuzione di beni di lusso presente tanto nei Centri Commerciali che nei negozi “sotto casa”, che rappresenta tuttavia un comparto distinto.

Ogni giorno è buono per il lusso.

Si può cominciare a cercare di fare un po’ di chiarezza proprio partendo da quest’ultimo settore, quello del lusso, per dire che rappresenta un’area di nicchia, come tale assolutamente indifferente alla questione delle aperture festive.

Il lusso non si acquista solo la domenica e la vendita avviene a prescindere dalla disponibilità o meno del negoziante la domenica o nei giorni di festa, dal momento che la clientela è formata principalmente da soggetti che non timbrano il cartellino, ma possono al contrario gestire in autonomia il proprio tempo, dedicandolo quando meglio
credono all’acquisto di beni che, proprio per essere di lusso, richiedono spesso tempi per scelte e valutazioni che il consumatore preferisce organizzare nel corso della settimana, anche per avere il week end libero per trasferirsi nei posti di villeggiatura.

Perché la domenica si fa la spesa?

Diverso il caso della GDO e della distribuzione al dettaglio, gestita direttamente dai grandi marchi nazionali e stranieri.

Come detto questo tipo di distribuzione ha nel Centro Commerciale il luogo di scambio di elezione.

Ma proprio dentro il Centro Commerciale si manifesta un fenomeno che opera diversamente per le due categorie menzionate e che mai è stato preso in considerazione nel tanto parlare a vanvera dell’argomento, ovvero la propensione all’acquisto del consumatore.

Essa è sempre alta per la GDO ed è vero che nei giorni festivi si realizza una misura importante del fatturato settimanale.
La prima ragione che fa gradire un acquisto domenicale è il tempo a disposizione, che spesso il consumatore ha di domenica e non negli altri giorni della settimana.
Gradimento che è trasversale per tutte, o gran parte, le fasce dei consumatori perché per quasi tutti la spesa settimanale è una costante.

La GDO fattura, e i grandi marchi?

Completamente diversa la situazione per la distribuzione al dettaglio gestita direttamente dai grandi marchi.

Essa riguarda essenzialmente il settore dell’abbigliamento e degli accessori ed i numeri dimostrano che la propensione all’acquisto del consumatore è in questo caso bassissima.

Del resto basta andare in un Centro Commerciale qualsiasi per notare che, se ci sono le file alle casse del supermercato, (di solito sempre presente in un Centro Commerciale che pretenda di essere tale), i negozi, per quanto sfolgoranti, sono vuoti o semivuoti.

Le commesse, sempre numerose perché vi è la necessità di coprire i turni di lavoro di un’apertura al pubblico, che normalmente va dalle 10 del mattino alle 22, si aggirano nel negozio prendendo in continuazione i capi dagli scaffali, per sciorinarli e ripiegarli, in un processo ripetitivo e senza fine, che è un piccolo stratagemma per dare l’impressione
che il negozio lavori, anche quando non è così.

La domenica fatturato quasi a zero, ma ai grandi marchi conviene.

I fatturati domenicali sono bassissimi ed in alcuni casi pari a zero.

I grossi Brand, tuttavia, possono permettersi gli elevati costi fissi anche perché, molto spesso, nei Centri Commerciali non pagano il canone di affitto o locazione o li pagano in misura ridotta

Il canone di affitto normalmente rappresenta circa il 10/12% del fatturato, ed è, quindi, la voce di spesa più elevata, dopo quella per il personale, che tuttavia il grosso marchio non sostiene in quanto “àncora”, ovvero elemento di attrazione e prestigio per il Centro Commerciale, che giustifica tale trattamento di favore.

La gestione diretta del punto vendita da parte del grande Brand, gli consente inoltre di fare propria l’intera marginalità realizzata sulle vendite effettuate, non dovendola spartire con dettaglianti terzi, che gestiscano il negozio (come avviene invece per il franchisor nei confronti dei franchisee all’interno della distribuzione in franchising).

Per il grande marchio il punto vendita diviene quindi una sorta di vetrina permanente che ben ne giustifica la presenza nel Centro Commerciale e, come per tutte le vetrine, è bene sia illuminata anche nei giorni festivi.

E’ una forma di pubblicità che diventa ancora più sostenibile se si considerano le maggiori spese per la comunicazione commerciale che si dovrebbero sostenere se talevetrina non vi fosse.

Negozi in franchising: la schiavitù ha cambiato nome.

La questione è ancora diversa per la distribuzione, sempre in via prevalente nel settore dell’abbigliamento e degli accessori di moda, gestita attraverso reti in Franchising.
In un rapporto di Franchising, il “Franchisor”, ovvero casa madre, effettua la distribuzione attraverso i “Franchisee“, ovvero negozianti indipendenti, cioè distinti soggetti giuridici, fiscalmente autonomi.

È la casa madre che organizza la rete vendita, mentre i “Franchisee“ devono sottostare a qualsiasi decisione del “Franchisor”.
Ecco quindi che questi piccoli commercianti si trovano inseriti in un Centro Commerciale, perché così ha voluto il “Franchisor”, che segue la politica di visibilità dei grandi marchi, (e molto spesso i “Franchisor” sono grandi marchi).

Sono però i “Franchisee” che si fanno carico di ogni spesa, incluso l’affitto/locazione, perché individualmente questi soggetti non sono “àncore” e quindi meritevoli di trattamenti privilegiati).

L’affitto, assieme ai costi per il personale (sempre elevatissimi, non solo per l’alto numero di dipendenti necessari a garantire la copertura delle ore di apertura, ma anche per le maggiorazioni di retribuzione trattandosi di lavoro festivo), aggredisce il margine di circa il 40% del fatturato (dato ottimistico perché a seconda dell’andamento delle
svendite di fine stagione esso puo’ tranquillamente scendere al 33%) che il “Franchisor“ riconosce al “Franchisee”.

Per un Franchisee l’apertura domenicale si traduce quindi in una vera iattura alla quale non può sottrarsi.

A fronte di incassi prossimi a zero e di una bassissima propensione al consumo da parte della clientela, che garantiscono comunque una marginalità esigua, tanto sul piano percentuale che in termini di valore assoluto, egli deve sostenere elevatissimi costi di gestione e soprattutto del personale, per una apertura che per lui non ha alcun ritorno e/o giustificazione.

Le persone non amano che si venda loro qualcosa, ma adorano comprare.

Sulla propensione al consumo del consumatore va spesa una parola in più. L’essere più o meno disposti a sostenere una spesa in un dato luogo e in un dato momento, è cosa di difficile interpretazione.

In passato, negli anni delle “vacche grasse”, tale propensione veniva misurata dai “Franchisor” a “metro quadrato“.

Quantificata la propensione in 10.000,00 € a metro quadrato, un negozio di 100 metri quadri doveva per forza fatturare un milione di Euro all’anno.
Ma erano gli anni delle vacche grasse e i dati di riferimento non erano frutto di elaborazione di Big Data, ma derivavano dalla constatazione giornaliera della loro entità e giustezza.
Ma ora la situazione è completamente cambiata.

Dove vanno a comprare i consumatori?

L’E-commerce, solo per citare una forma di acquisto alternativo alla vendita diretta, ha completamente alterato la propensione all’acquisto in negozio, svincolandola da momenti e luoghi definiti e distribuendola nell’arco delle 24 ore.

Ed ecco che essa si manifesta particolarmente bassa proprio nei fine settimana, dove la visita al Centro Commerciale può ben essere una meta gradita per una famiglia, ma con lo scopo principale di poter lasciar correre i bambini in sicurezza, fare la spesa al supermercato, guardare le vetrine e mangiare un trancio di pizza o un gelato.

Per i piccoli commercianti è “pianto e stridor di denti”.

Per ultimo, va considerata la distribuzione “di vicinato”, ovvero la piccola distribuzione indipendente, non riconducibile né alla GDO né ai grandi Brand e neppure alle reti in franchising.

Si tratta, con termine abusato e ormai poco significativo, dei negozi “sotto casa“, ovvero di città o di quartiere.

Per questi ultimi la situazione è particolarmente difficile, considerando che sono stritolati da un lato dalla presenza dei Centri Commerciali, che specie nei giorni festivi spopola i centri urbani, dall’ altro dalla necessità di sostenere comunque costi in ogni caso esorbitanti per affitto e personale.

Senza contare la scarsa propensione all’acquisto particolarmente marcata nei fine settimana, come i numeri dimostrano, la concorrenza dell’e-commerce, la circostanza che le reti in “Franchising” stanno lasciando il posto ai negozi condotti direttamente dai “Franchisor“ che, come si è visto, possono contare su marginalità sulle vendite maggiori e tali da consentire loro di sostenere costi fissi che per il singolo dettagliante sono proibitivi.

Si tratta, parlando dell’abbigliamento, di negozi cosiddetti “multimarca“, che combattono la propria battaglia quotidiana in prima persona.
Per essi l’apertura festiva non è certamente profittevole, essendo in una condizione per la quale una pur minima flessione degli incassi genera immediatamente una condizione di perdita, che un po’ alla volta finisce per indebolire in maniera irreversibile la conduzione aziendale.

Anche qui è sufficiente aggirarsi per i centri storici per vedere negozi chiusi, locali sfitti, “passeggiate dello shopping“ ridotte a sequenze di negozi vuoti e bui.

Il cambiamento nei comportamenti dei consumatori, (che molti continuano impropriamente a chiamare “crisi”, parola che sottintende una futura fase di ripresa che viceversa non ci sarà se non all’ interno di contesti commerciali radicalmente cambiati), ha l’effetto di costringere i pochi che ancora credono nel commercio – come siamo abituati ad intenderlo – ad economizzare in ogni modo.

La chiusura festiva consentirebbe loro di risparmiare e di puntare alle vendite durante i giorni feriali, durante i quali la forza attrattiva dei Centri Commerciali può rivelarsi meno dirompente ed il flusso urbano di chi si sposta all’interno delle città diventa più significativo.

Comprendere per decidere.

E allora?

Allora sarebbe possibile una sintesi che potrebbe vedere, rispetto alla questione delle aperture festive:

• un settore del lusso indifferente,

• la GDO e i grandi marchi o le reti in franchising certamente favorevoli,

• i negozi “di vicinato” o “sotto casa” decisamente contrari.

Il tutto in una situazione dove i consumatori rimangono sostanzialmente indifferenti alle dinamiche che le aperture domenicali possono generare o meno.
Non fare “di tutta un’erba un fascio” quindi, ma valutare le situazioni differenziate, dove gli interessi in gioco si scontrano e rispetto ai quali gli esercizi più piccoli risultano decisamente perdenti.

Questo permetterebbe di prendere decisioni oculate ed equilibrate.

Attilio Sartori

Studio Associato MSC, Monza, Padova, Treviso

studio msc

Bitcoin

– Ad oggi le criptovalute quotate sono oltre 2.000.

– Per una capitalizzazione complessiva attorno ai 220 miliardi di dollari.

– La metà dei quali attribuibili al bitcoin, la criptovaluta per antonomasia.

Fonte dati: “Coinmarketcap

I bitcoin, le criptovalute, la Blockchain non sono solo termini tecnici probabilmente ignoti ai più, ma la terminologia che identifica un futuro ormai prossimo, per affrontare il quale tutte le imprese devono già da ora prepararsi.

Bitcoin, la criptovaluta che surriscalda il pianeta.

Se il bitcoin, la valuta digitale (o cripto-valuta) per antonomasia, fosse adottato in maniera generalizzata, il mining con cui essi vengono generati dai super-computers, richiedendo intense operazioni di calcolo che consumano elettricità, causerebbe un innalzamento di 2 gradi centigradi della temperatura globale del pianeta nel giro di 15
anni, superando il limite fissato a livello internazionale dall’accordo di Parigi sul clima.

Lo sostengono diversi studi  tra i quali quello recentemente svolto dall’università delle Hawaii a Manoa, che ha calcolato inoltre che produrre bitcoin nel solo 2017 ha causato l’emissione di 69 milioni di tonnellate di CO2.

Satoshi Nakamoto esiste, ma non esiste.

E’ lui, il misterioso Satoshi, uno pseudonimo dietro cui resta celato l’ideatore della criptovaluta, che 10 anni fa ha messo in rete il primo sistema di pagamenti “peer to peer”, “virtuali“, basati sull’annullamento di ogni forma di intermediazione, ad esempio da parte delle banche. Ed è proprio per questo, nella visione di Satoshi Nakamoto, che il bitcoin è uno strumento totalmente affidabile perché a crearlo e gestirlo sono computers ed algoritmi di crittografia.

Nuovo Ordine Economico Mondiale o la più grande Truffa mai vista?

Eccoci quindi di fronte a un sistema che potrebbe generare un nuovo ordine economico mondiale basato sulla disintermediazione totale, oppure trasformarsi in una delle piu’ grandi truffe della storia.
Sta di fatto che a dieci anni di distanza il bitcoin continua ad esistere malgrado le più fosche previsioni iniziali.

Una data importante: 3 Gennaio 2009

Il 3 gennaio 2009 furono prodotti (o minati, come si dice in gergo) i primi 50 bitcoin, contemporaneamente alla diffusione della previsione di un secondo salvataggio per le banche, che preannunciava un nuovo intervento di sostegno al sistema finanziario mondiale, in crisi dopo il fallimento di Lemhan Brothers, intervento che il bitcoin
avrebbe reso del tutto inutile.

10 Anni di Montagne Russe

Il 5 ottobre del 2009 un bitcoin valeva 1.309 dollari.
A fine 2017 la criptovaluta volava a quasi 20 mila dollari.
Oggi un bitcoin vale circa 6.200 dollari, il 70% in meno del valore record dello scorso
dicembre.

Da inizio anno la criptovaluta introdotta da Nakamoto ha bruciato 184 miliardi di dollari, con il valore complessivo del mercato che è passato dai 294 miliardi di dollari dell’8 gennaio 2018 a 110 miliardi di dollari ad inizio settembre.
Ferdinando Ametrano, Direttore Esecutivo del “Digital Gold Institute” sostiene che: “Il bitcoin ha mostrato una resistenza straordinaria, la resistenza all’ossidazione che ci si aspetta dall’ equivalente digitale dell’oro“.
Dal canto suo Luca Fantacci, docente di “Storia ed Istituzioni del sistema finanziario“ presso l’Università Bocconi, afferma che Satoshi Nakamoto: “prometteva una moneta elettronica senza intermediari non basata sulla fiducia, una moneta digitale. Promessa non mantenuta visto che nei suoi primi dieci anni di vita il bitcoin è stato usato assai più
come oggetto di speculazione che come moneta.”

Egli prevede inoltre un futuro possibile per il bitcoin come mezzo di pagamento, ma non all’interno di transazioni al dettaglio, bensì all’ingrosso, in un sistema che trasformerà la criptovaluta in “un mezzo di regolamentazione all’interno di strumenti di compensazione, come l’ oro nel commercio internazionale, ma prima del “gold standard”
che lo ha trasformato nella base per l’ emissione di moneta fiduciaria…“.

Due pizze per 64 milioni di dollari

L’estrema volatilità del bitcoin rende difficile possa essere usato come mezzo di pagamento. Un aneddoto sul tema ci descrive la storia di un “mangiatore di pizze” che nel 2011 decise di comperarne due spendendo 10.000,00 bitcoins che al cambio attuale varrebbero 64 milioni di dollari.

Investimento ad alto rendimento e altissimo rischio

Oggi come oggi si guarda quindi al bitcoin più come strumento di investimento che come mezzo di pagamento.

Ma anche come strumento di investimento esso si presenta ad altissimo rischio, circostanza questa che ben giustifica gli alti rendimenti ottenibili.

Assenza di regole

E’ l’assenza di regole ad aver aperto la strada agli eccessi.
Esattamente come il suo inventore, avvolto nel mistero, il bitcoin è cresciuto all’insegna
della poca trasparenza e dell’anonimato dei suoi utilizzatori.
E’ stato utilizzato da operatori senza scrupoli che hanno dato vita a vere e proprie truffe e ad un suo utilizzo in ambienti discutibili e di scarsa legalità.
E’ noto come il bitcoin fosse la valuta ufficiale di “Silk Road”, il mercato del “Deep Web” dove si scambiava di tutto, armi comprese, prima che venisse chiuso dalle autorità Americane.
Anche le “ICO”, ovvero le offerte iniziali di valuta corrente per comprare criptovaluta, assomigliano più al “Crowdfunding” che alle ben regolamentate “IPO AZIONARIE” con le quali le aziende decidono di collocare i propri titoli azionari su un mercato regolamentato, per aprire il proprio capitale a nuovi azionisti.
Ancora oggi non è neppure chiara la natura del bitcoin, vale a dire se possa rientrare all’interno di tipologie normate o si tratti piuttosto di una nuova categoria finanziaria tutta da regolamentare.

Una questione di fiducia

I tecnici del settore sostengono che il sistema messo a punto da Nakamoto è la prima applicazione della “ Blockchain” ovvero di un sistema dove la strutturazione dei dati è condivisa e immutabile, la cui integrità è garantita dall’uso della crittografia.
Con il suo sistema Nakamoto avrebbe risolto, si afferma, il problema della certificazione della transazione, laddove le parti non nutrano reciproca fiducia, svolgendo il ruolo di terza parte certificatrice.
In questo senso l’“Economist”, in una propria copertina diventata famosa, lo ha definito come “La Macchina della Fiducia”.

Blockchain oggi e domani

Ancora oggi la “Blockchain” è usata prevalentemente nella finanza, ove copre non meno del 60% delle iniziative.
Si stanno però ampliando le applicazioni industriali, quelle della logistica integrata con la fatturazione e certificazione doganale.
Dalle filiere industriali alla GDO, dalla certificazione di provenienza per l’agroalimentare a quella di qualità in chiave anticontraffazione.
Forse questo sarà il Domani.

Sta di fatto che, a dieci anni di distanza dalla comparsa del bitcoin e dalla apposizione del primo mattoncino della blockchain, il sistema pensato da Satoshi Nakamoto comincia a manifestare i propri effetti anche al di fuori dell’ambito finanziario.
Forse è questo il momento di partenza di una vera rivoluzione.

studio msc

Fatturazione elettronica: se digitiamo le due parole su google, il risultato sono 4.700.000 link in 0,50 secondi, e questo misura quanto, oggi, l’argomento sia “caldo”.

Chiariamo! La fattura elettronica è prima di tutto una fattura, un documento che gli imprenditori, ma anche i consumatori, conoscono da sempre. Non stiamo parlando quindi di qualche cosa di nuovo, è nuovo il processo della sua elaborazione,  trasmissione e conservazione.

E’ evidente che di primo acchito la fatturazione elettronica è un business per le case di software che vedono la possibilità di un servizio nuovo. Come dire: “ Se il nostro software ti predispone la fattura da emettere  nel rispetto delle varie e diverse norme di legge, provvede alla trasmissione all’ Agenzia delle Entrate ( meglio …al Sistema di Interscambio…), gestisce il ricevimento delle fatture emesse dai tuoi fornitori, per te, tranne qualche precisa adempienza,  è come se la questione fattura elettronica non esistesse, perché abbiamo pensato a tutto noi “

MA SE ALL’AZIENDA LA FATTURA ELETTRONICA CONVENISSE E NON FOSSE UNA QUESTIONE SOLO TECNOLOGICA? 

In effetti, la fattura elettronica non è solo una questione tecnologica ma anche di processo… Anzi,  la produzione ed invio/ricevimento della fattura elettronica si pone  all’ interno di una ideale filiera, non certo all’inizio della stessa e neppure alla fine.

Filiera. Ovvero, semplificando, divisione in fasi. Alla ricezione dell’ordine può far seguito l’invio dello stesso al magazzino che lo rielaborerà per trasmetterlo all’amministrazione per la predisposizione della bolla di accompagnamento. Seguirà, e qui troviamo la fattura elettronica, la preparazione, protocollazione ed invio della fattura (ora in cartaceo), per poi continuare con la “riscossione del pagamento con eventuale versamento dell’IVA” . Per finire poi con la “ Conservazione del documento”  spesso nei contenitori che di solito fanno bella mostra di se negli uffici amministrativi.

Questo processo, espresso in termini di filiera, in azienda c’è sempre stato e continuerà ad esserci. Solo dovrà cambiare la natura: la fatturazione elettronica è “digitale” e richiede la digitalizzazione di tutto quanto sta a monte ed a valle della stessa.

LA FATTURAZIONE ELETTRONICA: PROPELLENTE PER LA DIGITALIZZAZIONE DELL’AZIENDA

Ora, per fare della novità (la fattura elettronica) virtù,  possiamo creare un processo amministrativo aziendale nuovo, organizzato, efficace, efficiente, in grado di dialogare al suo interno, dove le caselle corrispondenti a ciascuna fase siano perfettamente integrate.

Le diverse fasi esistenti devono quindi essere riassemblate e armonizzate in un’unica, nuova, logica digitale. Questa è l’ attività di ingegnerizzazione in chiave digitale che l’impresa può, anzi deve, avviare.

La gestione digitalizzata delle informazioni dell’ attività amministrativa consentirà infatti di :

–  Velocizzare ed ottimizzare i processi delle informazioni con la possibilità di condividerle e gestire  contemporaneamente  molte attività che altrimenti continuerebbero ad essere svolte sequenzialmente

– Facilitare le operazioni di ricerca, consultazione e condivisione delle informazioni (contratti, pratiche etc etc) in quanto i documenti informatici sono per loro natura in grado di dialogare tra di loro in tempo reale al contrario dei supporti cartacei

– Gestire e monitorare tutte le attività nel processo amministrativo come tracciare i carichi di lavoro degli operatori, pianificando gli stessi in funzione delle esigenze degli altri reparti aziendali o altro

La fatturazione elettronica deve quindi essere il propellente di un processo che finisce per coinvolgere l’efficienza dell’intera azienda, a patto che la componente tecnologica non sia fine a se stessa ma si integri all’ interno del sistema aziendale.

IL RUOLO DEL PROFESSIONISTA

Stando così le cose è naturale porsi la domanda di chi possa assistere l’ imprenditore nel processo di ridefinizione del comparto amministrativo esistente nella sua azienda e  suo riassemblaggio in chiave digitale integrata.

L’ “ingegnere” non può che essere un professionista in grado di assistere l’ imprenditore nello sviluppo delle linee strategiche aziendali. Non basta infatti un fiscalista od un contabile, per quanto la fatturazione elettronica  possa far pensare alla prevalenza dell’ aspetto fiscale su quello aziendale.

RINNOVARE LA STRATEGIA AZIENDALE

Come si è visto, la fatturazione elettronica può essere vista come un punto di partenza di un rinnovamento radicale nella conduzione aziendale. Il riordino del comparto amministrativo, stimolato dall’ introduzione dell’obbligo della fatturazione elettronica, deve infatti essere orientato alla piena gestione delle informazioni in ottica di rinnovata strategia.

Il professionista, per essere efficace nella sua funzione di collaboratore dell’imprenditore per lo sviluppo dell’ impresa, deve disporre le informazioni, incasellarle in un ordine logico. E’ su queste che si costruisce la strategia di impresa ed è sempre su di esse che si misura lo scostamento tra quanto preventivato e quanto rilevato individuando correttivi e sviluppando un processo mirato a valutare in via preventiva gli andamenti aziendali e l’ efficacia dei correttivi apportati.

La fatturazione elettronica dunque non è solo questione di software ma è una opportunità quando è posta all’interno del rinnovamento di una filiera che non comprende solo la gestione amministrativa ma, in forma integrata, l’intera conduzione aziendale. Può dunque essere il primo mattone, la scintilla scatenante un nuovo ordine e una nuova energia.

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